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	<title>Cibo per la mente &#8211; Nexus Emilia Romagna</title>
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	<description>Nexus promuove attività di cooperazione internazionale per migliorare la qualità della vita nel pieno rispetto delle diversità culturali</description>
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	<title>Cibo per la mente &#8211; Nexus Emilia Romagna</title>
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		<title>Rete della pace: proposta di Piano d&#8217;Azione 2017/&#8217;19</title>
		<link>https://www.nexusemiliaromagna.org/rete-della-pace-proposta-di-piano-dazione-2017-19/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nexus Emilia Romagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Nov 2017 10:14:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cibo per la mente]]></category>
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					<description><![CDATA[Proposta di Piano d&#8217;Azione 2017/2019 emerso dal dibattito assembleare (23/24 Ottobre 2017)]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Proposta di Piano d&#8217;Azione 2017/2019 emerso dal dibattito assembleare (23/24 Ottobre 2017)</p>
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		<title>CES: Risoluzione per Conferenza ONU su clima COP23 Bonn</title>
		<link>https://www.nexusemiliaromagna.org/ces-risoluzione-per-conferenza-onu-su-clima-cop23-bonn/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nexus Emilia Romagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Nov 2017 10:17:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cibo per la mente]]></category>
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					<description><![CDATA[Risoluzione follow-up dell&#8217;accordo di Parigi sul cambiamento climatico &#8211; Posizione CES per la COP 23]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Risoluzione follow-up dell&#8217;accordo di Parigi sul cambiamento climatico &#8211; Posizione CES per la COP 23</p>
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			</item>
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		<title>ITUC: Clima, Report “Giusta transizione – dove siamo e come procedere?&#8221;</title>
		<link>https://www.nexusemiliaromagna.org/ituc-clima-report-giusta-transizione-dove-siamo-e-come-procedere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nexus Emilia Romagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Oct 2017 09:19:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cibo per la mente]]></category>
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					<description><![CDATA[Lo scorso 19 settembre l&#8217;ITUC ha pubblicato il report “Giusta transizione – dove siamo e come procedere? Una guida alle politiche nazionali e internazionali di governance sul clima” (vedi traduzione...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso 19 settembre l&#8217;ITUC ha pubblicato il report “Giusta transizione – dove siamo e come procedere? Una guida alle politiche nazionali e internazionali di governance sul clima” (vedi traduzione allegata).</p>
<p>&nbsp;</p>
<div>
<h5>Documenti scaricabili</h5>
<p><a href="http://www.nexusemiliaromagna.org/wp-content/uploads/2018/09/ITUC-GIUSTIZIA-CLIMATICA-2017.pdf" target="_blank" rel="noopener">ITUC-GIUSTIZIA-CLIMATICA-2017</a></p>
<p><a href="http://www.nexusemiliaromagna.org/wp-content/uploads/2018/09/Nota-Report-ITUC-GIUSTIZIA-CLIMATICA-2017.pdf" target="_blank" rel="noopener">NOTA-REPORT-ITUC-GIUSTIZIA-CLIMATICA-2017</a></p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Precariato e conflitto sociale nel Brasile contemporaneo</title>
		<link>https://www.nexusemiliaromagna.org/precariato-e-conflitto-sociale-nel-brasile-contemporaneo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nexus Emilia Romagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Mar 2017 10:23:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cibo per la mente]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nexusemiliaromagna.org/?p=1795</guid>

					<description><![CDATA[Precariato e conflitto sociale nel Brasile contemporaneo Intervista con Ruy Braga di Davide Bubbico, Inchiestaonline.it Documenti scaricabili BRASILE]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Precariato e conflitto sociale nel Brasile contemporaneo</p>
<p>Intervista con Ruy Braga di Davide Bubbico, Inchiestaonline.it</p>
<div>
<h5>Documenti scaricabili</h5>
<p><a href="http://www.nexusemiliaromagna.org/wp-content/uploads/2018/09/Brasile.docx" target="_blank" rel="noopener">BRASILE</a></p>
</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Cosa prevedono i referendum sul Jobs Act</title>
		<link>https://www.nexusemiliaromagna.org/cosa-prevedono-i-referendum-sul-jobs-act-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nexus Emilia Romagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Dec 2016 11:16:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cibo per la mente]]></category>
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					<description><![CDATA[La Cgil ha presentato tre referendum abrogativi sulla riforma del lavoro detta jobs act, promossa dal governo di Matteo Renzi, e varata con diversi provvedimenti tra il 2014 e il...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>La Cgil ha presentato tre referendum abrogativi sulla riforma del lavoro detta jobs act, promossa dal governo di Matteo Renzi, e varata con diversi provvedimenti tra il 2014 e il 2015.</p>
<p>L’11 gennaio 2017 la corte costituzionale si esprimerà sulla legittimità dei referendum, che, se avessero il via libera della consulta, potrebbero svolgersi nella primavera del 2017. I referendum hanno già superato il vaglio della cassazione il 9 dicembre. A differenza del referendum costituzionale che si è svolto il 4 dicembre 2016, queste consultazioni sono abrogative e prevedono un quorum, cioè dovrà andare a votare il 50 per cento più uno degli aventi diritto perché i risultati siano validi. Ecco cosa prevedono i referendum contro il jobs act e perché se ne discute in questi giorni.</p>
<p>I referendum sul jobs act<br />
È definito jobs act un insieme di norme sulla riforma del lavoro approvate tra il 2014 e il 2015. Tra queste rientrano il cosiddetto decreto Poletti (dal nome di Giuliano Poletti, attuale ministro del lavoro e delle politiche sociali), cioè il decreto legge 34 del 20 marzo 2014 e la legge 183 del 10 dicembre 2014, che conteneva numerose deleghe da attuare con decreti legislativi, emanati dal governo nel corso del 2015. I cardini della riforma del lavoro sono: il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, la modifica dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, la riforma degli ammortizzatori sociali e dell’indennità di disoccupazione e l’estensione dell’uso dei voucher per la retribuzione del lavoro accessorio.<br />
Nel luglio del 2016 la Cgil, il principale sindacato italiano, ha depositato 3,3 milioni di firme per proporre tre referendum abrogativi che si occupano in particolare della modifica dell’articolo 18 e dell’introduzione dei cosiddetti voucher (lavoro accessorio). Mentre il terzo referendum chiede di ripristinare la responsabilità in solido dell’azienda appaltatrice, oltre a quella che prende l’appalto, in caso di violazioni subite dai lavoratori, norma che era stata cancellata dalla legge Biagi, in seguito modificata dalla legge Fornero. I tre quesiti referendari sono accompagnati da una proposta di legge d’iniziativa popolare: l’introduzione della carta dei diritti universali del lavoro, che è praticamente la proposta di un nuovo statuto delle lavoratrici e dei lavoratori, messa a punto dal sindacato.</p>
<p>L’abolizione dei voucher<br />
Il primo referendum presentato dalla Cgil riguarda l’abolizione dei cosiddetti voucher, ossia la retribuzione del lavoro accessorio attraverso dei buoni. Nel quesito referendario sarà chiesto agli elettori: “Volete l’abrogazione degli articoli 48, 49 e 50 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, recante Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell’art. 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183?”.<br />
Il pagamento attraverso i voucher in alcuni tipi di lavori era stato introdotto già nel 2003 per far emergere dall’irregolarità alcune forme di lavoro occasionale come le ripetizioni o le pulizie, ma negli anni ne è stato legittimato l’uso per quasi tutti i tipi di lavoro. Il jobs act ha esteso da cinquemila a settemila euro la cifra netta che è possibile guadagnare in un anno con i voucher. Questo fattore, insieme ad altre misure del jobs act che hanno ridotto altre forme di lavoro precario, ha determinato un aumento dell’uso dei voucher da parte dei datori di lavoro.<br />
Questo incremento ha sollevato parecchie critiche perché è stato giudicato un tentativo di rendere il mercato del lavoro sempre più precario e deregolamentato a scapito dei lavoratori. Secondo alcuni analisti e secondo lo stesso sindacato, infatti, molti datori di lavoro usano i voucher per retribuire una parte delle ore di lavoro svolte, pagando in nero il resto delle ore. In questo modo i datori di lavoro si sottrarrebbero ai controlli e alle sanzioni. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Inps, l’uso di voucher è aumentato del 32 per cento nei primi dieci mesi del 2016, mentre nei primi dieci mesi del 2015 era aumentato del 67 per cento rispetto allo stesso periodo del 2014.</p>
<p>Il ripristino dell’articolo 18<br />
Il secondo referendum proposto dalla Cgil riguarda il ripristino dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, cioè l’articolo che sancisce il diritto al reintegro da parte del lavoratore licenziato senza una giusta causa. L’articolo 18 fa parte dello statuto dei lavoratori, cioè della legge numero 300 del 20 maggio 1970, che contiene le norme “sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro”.<br />
L’articolo 18, in particolare, regola i licenziamenti che avvengono senza giusta causa e ha subìto una sostanziale modifica nel 2012 con la riforma della ministra del lavoro Elsa Fornero, che complicava l’applicabilità della tutela del reintegro nella maggior parte dei casi di licenziamento che arrivano in tribunale. Il jobs act ha superato definitivamente l’articolo 18 e ha sostituito il diritto al reintegro con un indennizzo economico in caso di licenziamento senza giusta causa. La riforma si applica ai contratti di lavoro stipulati dopo il 7 marzo del 2015 e non riguarda gli statali, come chiarito da una sentenza della corte di cassazione. Il referendum della Cgil propone di abolire il decreto legislativo del 4 marzo del 2015 e di fatto ripristinare l’articolo 18.</p>
<p>La responsabilità delle imprese appaltatrici<br />
Il terzo referendum chiede l’abolizione dell’articolo 29 del decreto legislativo<br />
10 settembre 2003, cioè il ripristino della responsabilità dell’azienda appaltatrice, oltre a quella che prende l’appalto, in caso di violazioni subite dai lavoratori, norma che era stata cancellata dalla legge Biagi, in seguito modificata dalla legge Fornero. Se il referendum fosse approvato sarebbe chiamato a rispondere anche il committente per eventuali violazioni compiute dall’impresa appaltatrice nei confronti del lavoratore. Di conseguenza, l’azienda che appalta sarà tenuta a esercitare un controllo più rigoroso su quella a cui affida un appalto.</p>
<p><a href="http://Cosa prevedono i referendum sul jobs act La Cgil ha presentato tre referendum abrogativi sulla riforma del lavoro detta jobs act, promossa dal governo di Matteo Renzi, e varata con diversi provvedimenti tra il 2014 e il 2015. L’11 gennaio 2017 la corte costituzionale si esprimerà sulla legittimità dei referendum, che, se avessero il via libera della consulta, potrebbero svolgersi nella primavera del 2017. I referendum hanno già superato il vaglio della cassazione il 9 dicembre. A differenza del referendum costituzionale che si è svolto il 4 dicembre 2016, queste consultazioni sono abrogative e prevedono un quorum, cioè dovrà andare a votare il 50 per cento più uno degli aventi diritto perché i risultati siano validi. Ecco cosa prevedono i referendum contro il jobs act e perché se ne discute in questi giorni. I referendum sul jobs act È definito jobs act un insieme di norme sulla riforma del lavoro approvate tra il 2014 e il 2015. Tra queste rientrano il cosiddetto decreto Poletti (dal nome di Giuliano Poletti, attuale ministro del lavoro e delle politiche sociali), cioè il decreto legge 34 del 20 marzo 2014 e la legge 183 del 10 dicembre 2014, che conteneva numerose deleghe da attuare con decreti legislativi, emanati dal governo nel corso del 2015. I cardini della riforma del lavoro sono: il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, la modifica dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, la riforma degli ammortizzatori sociali e dell’indennità di disoccupazione e l’estensione dell’uso dei voucher per la retribuzione del lavoro accessorio. Nel luglio del 2016 la Cgil, il principale sindacato italiano, ha depositato 3,3 milioni di firme per proporre tre referendum abrogativi che si occupano in particolare della modifica dell’articolo 18 e dell’introduzione dei cosiddetti voucher (lavoro accessorio). Mentre il terzo referendum chiede di ripristinare la responsabilità in solido dell’azienda appaltatrice, oltre a quella che prende l’appalto, in caso di violazioni subite dai lavoratori, norma che era stata cancellata dalla legge Biagi, in seguito modificata dalla legge Fornero. I tre quesiti referendari sono accompagnati da una proposta di legge d’iniziativa popolare: l’introduzione della carta dei diritti universali del lavoro, che è praticamente la proposta di un nuovo statuto delle lavoratrici e dei lavoratori, messa a punto dal sindacato. L’abolizione dei voucher Il primo referendum presentato dalla Cgil riguarda l’abolizione dei cosiddetti voucher, ossia la retribuzione del lavoro accessorio attraverso dei buoni. Nel quesito referendario sarà chiesto agli elettori: “Volete l’abrogazione degli articoli 48, 49 e 50 del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, recante Disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansioni, a norma dell’art. 1, comma 7, della legge 10 dicembre 2014, n. 183?”. Il pagamento attraverso i voucher in alcuni tipi di lavori era stato introdotto già nel 2003 per far emergere dall’irregolarità alcune forme di lavoro occasionale come le ripetizioni o le pulizie, ma negli anni ne è stato legittimato l’uso per quasi tutti i tipi di lavoro. Il jobs act ha esteso da cinquemila a settemila euro la cifra netta che è possibile guadagnare in un anno con i voucher. Questo fattore, insieme ad altre misure del jobs act che hanno ridotto altre forme di lavoro precario, ha determinato un aumento dell’uso dei voucher da parte dei datori di lavoro. Questo incremento ha sollevato parecchie critiche perché è stato giudicato un tentativo di rendere il mercato del lavoro sempre più precario e deregolamentato a scapito dei lavoratori. Secondo alcuni analisti e secondo lo stesso sindacato, infatti, molti datori di lavoro usano i voucher per retribuire una parte delle ore di lavoro svolte, pagando in nero il resto delle ore. In questo modo i datori di lavoro si sottrarrebbero ai controlli e alle sanzioni. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Inps, l’uso di voucher è aumentato del 32 per cento nei primi dieci mesi del 2016, mentre nei primi dieci mesi del 2015 era aumentato del 67 per cento rispetto allo stesso periodo del 2014. Il ripristino dell’articolo 18 Il secondo referendum proposto dalla Cgil riguarda il ripristino dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, cioè l’articolo che sancisce il diritto al reintegro da parte del lavoratore licenziato senza una giusta causa. L’articolo 18 fa parte dello statuto dei lavoratori, cioè della legge numero 300 del 20 maggio 1970, che contiene le norme “sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro”. L’articolo 18, in particolare, regola i licenziamenti che avvengono senza giusta causa e ha subìto una sostanziale modifica nel 2012 con la riforma della ministra del lavoro Elsa Fornero, che complicava l’applicabilità della tutela del reintegro nella maggior parte dei casi di licenziamento che arrivano in tribunale. Il jobs act ha superato definitivamente l’articolo 18 e ha sostituito il diritto al reintegro con un indennizzo economico in caso di licenziamento senza giusta causa. La riforma si applica ai contratti di lavoro stipulati dopo il 7 marzo del 2015 e non riguarda gli statali, come chiarito da una sentenza della corte di cassazione. Il referendum della Cgil propone di abolire il decreto legislativo del 4 marzo del 2015 e di fatto ripristinare l’articolo 18. La responsabilità delle imprese appaltatrici Il terzo referendum chiede l’abolizione dell’articolo 29 del decreto legislativo 10 settembre 2003, cioè il ripristino della responsabilità dell’azienda appaltatrice, oltre a quella che prende l’appalto, in caso di violazioni subite dai lavoratori, norma che era stata cancellata dalla legge Biagi, in seguito modificata dalla legge Fornero. Se il referendum fosse approvato sarebbe chiamato a rispondere anche il committente per eventuali violazioni compiute dall’impresa appaltatrice nei confronti del lavoratore. Di conseguenza, l’azienda che appalta sarà tenuta a esercitare un controllo più rigorowww.internazionale.it/notizie/2016/12/22/referendum-jobs-act-cgil" target="_blank" rel="noopener">http://www.internazionale.it/notizie/2016/12/22/referendum-jobs-act-cgil</a></p>
</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il Brasile nella bufera e l&#8217;incognita Olimpiadi di Alfredo Luís Somoza, presidente ICEI</title>
		<link>https://www.nexusemiliaromagna.org/il-brasile-nella-bufera-e-lincognita-olimpiadi-di-alfredo-luis-somoza-presidente-icei/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nexus Emilia Romagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Apr 2016 09:29:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cibo per la mente]]></category>
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					<description><![CDATA[Quando il deputato Bruno Araujo del Pernambuco ha pronunciato il 142° fatidico sì alla richiesta di impeachment della Presidente Dilma Rousseff, nell&#8217;Aula della Camera di Brasilia e in alcune piazze...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>Quando il deputato Bruno Araujo del Pernambuco ha pronunciato il 142° fatidico sì alla richiesta di impeachment della Presidente Dilma Rousseff, nell&#8217;Aula della Camera di Brasilia e in alcune piazze è scoppiato il carnevale carioca, mentre altrettanti piangevano. Le piazze pro e contro il governo dei Partito dei Lavoratori hanno riprodotto fedelmente la spaccatura della società brasiliana tra i ceti medi e medio alti e la massa di poveri e poverissimi che in Brasile continuano ad essere maggioranza.I primi hanno voltato le spalle al PT di Lula da almeno due anni, insoddisfatti dai servizi da terzo mondo, dalla burocrazia asfissiante, dalla crisi economica che ha eroso i redditi, mentre gli altri sostengono Dilma e il suo partito perché grazie a loro hanno avuto più diritti, più assistenza, più protagonismo. Cosa centra tutto questo con il voto di ieri? Poco o nulla. La richiesta di mettere sotto processo la Presidenta riguarda una vicenda contabile, la cosiddetta &#8220;pedalada fiscal&#8221;, cioè l&#8217;anticipo di un anno sul bilancio dello stato di introiti previsti per l&#8217;anno successivo. Metodo tra l&#8217;altro utilizzato abbondantemente nei bilanci europei ai tempi dell&#8217;austerità. Ma questo che era l&#8217;argomento sul quale votare non è stato citato nemmeno una volta nelle dichiarazioni di voto dei 367 deputati che hanno chiesto l&#8217;avvio del procedimento. Tutti erano orgogliosamente fieri di votare contro Dilma perché &#8220;ladra&#8221;, &#8220;colpevole del declino del paese&#8221;, &#8220;vagabonda&#8221; e altri epiteti poco simpatici proferiti da decine e decine di inquisiti per corruzione, almeno 60, che siedono in Parlamento nelle file dell&#8217;opposizione. Un voto che doveva essere tecnico ed è diventato squisitamente politico. Il variegato fronte di oppositori storici delle destre insieme agli ex alleati del PT ha votato per mandare a casa un governo democraticamente eletto attraverso lo strumento dell&#8217;impeachment per la seconda volta dal ritorno alla democrazia negli anni &#8217;80.Un sistema istituzionale, quello brasiliano, che prevede un Presidente senza maggioranza propria alle Camere, e quindi obbligato a distribuire cariche e prebende a partiti e partitini per riuscire a governare. Un arma a doppio taglio però, perché basta che si inceppi il meccanismo ben oliato della vendita di favori perché un presidente possa essere licenziato. È questo il vulnus alla democrazia che il partito dei Lavoratori va denunciando da mesi, ma va presso atto che negli ultimi 14 anni di governo di questo partito, prima con Lula e poi con la Rousseff, nessuna ipotesi di riforma è stata avanzata per garantire una governabilità non ricattabile.Nella notte a Brasilia si è spezzato il consociativismo tra sinistra e centristi che seppe costruire Lula ai primi anni 2000 per garantire la stabilità dei suoi governi. Un equilibrio che già al momento dell&#8217;elezione di Dilma Rousseff cominciava a scricchiolare per rompersi definitivamente negli ultimi 2 anni. Dilma, una &#8220;tecnica&#8221; diventata successore del presidente più popolare di tutti i tempi che non ha mai considerato seriamente il necessario e continuo lavorio di mediazione tra partiti e partitini per tenere in vita una governo, lavoro nel quale l&#8217;ex sindacalista Lula da Silva era abilissimo.Il governo che potrebbe insediarsi se anche, come prevedibile, il Senato voterà contro la Presidente, sarà molto debole partendo dalla figura del Vicepresidente che farà le funzioni di Presidente, quel Michel Temer del PMDB, indicato da Dilma Rousseff come il capo dei complottati e inquisito in almeno tre inchieste della magistratura sulla corruzione. Lo scenario più realistico è quindi l&#8217;insediamento di un governo Temer che però rischia di durare molto poco per via dell&#8217;opposizione di piazza che farà il PT e anche perché le inchieste che coinvolgono l&#8217;attuale vicepresidente in qualsiasi momento potrebbero definitivamente affondarlo. Più che un governo destinato a durare fino alla scadenza del 2018, sarà un governicchio di transizione verso nuove elezioni che tra l&#8217;altro dovrà gestire le Olimpiadi di Rio che a questo punto il Brasile si è pentito di volere organizzare. A quel punto si vedrà se le opposizioni che 2 anni fa non erano riusciti a battere Dilma Rousseff, oltre a occupare le televisioni private sapranno anche conquistare i voti per battere il politico che al momento viene dato in testa ai sondaggi: Luiz Ignacio da Silva detto Lula.</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Occupazione in Val d&#8217;Agri? Non è tutto oro quel che lEni dichiara &#8211; Davide Bubbico, 10.04.2016</title>
		<link>https://www.nexusemiliaromagna.org/occupazione-in-val-dagri-non-e-tutto-oro-quel-che-leni-dichiara-davide-bubbico-10-04-2016/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nexus Emilia Romagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Apr 2016 09:32:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cibo per la mente]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.nexusemiliaromagna.org/?p=1817</guid>

					<description><![CDATA[Lavoro e petrolio. Il 35 per cento dei lavoratori ha un contratto a termine e più della metà non è lucano. Impiegate 1.500 persone, di cui circa 400 dipendenti diretti...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>Lavoro e petrolio. Il 35 per cento dei lavoratori ha un contratto a termine e più della metà non è<br />
lucano. Impiegate 1.500 persone, di cui circa 400 dipendenti diretti e il resto nell’indotto<br />
Il comparto dell’industria petrolifera è tradizionalmente un settore che non genera elevati livelli di<br />
occupazione ed anche in presenza di grandi investimenti questi sono concentrati principalmente in<br />
impianti, macchinari e progettazione con ricadute circoscritte per l’occupazione a regime.Le cifre che sono circolate in questi giorni rispetto all’occupazione legata alla filiera petrolifera risultano<br />
dunque spesso sovrastimate (il contratto nazionale del settore petrolifero, esclusi i lavoratori delle<br />
aziende dell’indotto, si applica, ad esempio, a poco meno di 35 mila addetti). Allo stesso modo è<br />
sovrastimata l’occupazione collegata alle attività dell’Eni in Basilicata, così come a quella associata<br />
alla Total sempre in Basilicata.<br />
L’occupazione generata dall’attività estrattive in Val d’Agri, che sono ormai in corso da 20 anni,<br />
ovvero il funzionamento del Centro Oli di Viggiano, dove avviene una prima attività di trattamento<br />
del petrolio e del gas, e la manutenzione dei pozzi, è oggi quantificabile al massimo in 1.500 addetti,<br />
di cui circa 400 dipendenti diretti dell’Eni e il resto tra le aziende dell’indotto. Si tratta di un dato<br />
significativamente inferiore a quello l’Eni riporta ufficialmente e così il governo. Per il 2014 l’Eni<br />
dichiarava 409 dipendenti del distretto meridionale, di cui 385 impiegati a Viggiano, e 3.121 tra le<br />
aziende dell’indotto. Questo dato risentiva sia dell’avvio della costruzione della quinta linea gas del<br />
Centro (opera terminata nell’autunno scorso) e di altri lavori straordinari in questo impianto e per<br />
alcuni dei 26 pozzi in attività.<br />
Una delle caratteristiche dell’indotto petrolifero è quella di avere molto personale impiegato con<br />
contratti a termine, a volte anche per poche settimane, e spesso non di origine locale. Ecco allora<br />
che, se si prendono le ore di lavoro dichiarate dall’Eni nel 2014 per i suoi dipendenti e per quelli<br />
dell’indotto per le sue attività in Val d’Agri (3,5 milioni) e si dividono per un orario pieno annuale di<br />
lavoro (1.790 ore),il numero effettivo di addetti scende da 3.530 a poco meno di 2.000; ma abbiamo<br />
detto per l’appunto che già nel 2014, come nel 2015, sul fabbisogno di manodopera incidevano lavori<br />
straordinari che oggi sono terminati, mentre il lavoro associato ai pozzi in manutenzione o di<br />
prossima produzione in genere ha scarse ricadute sul piano dell’occupazione, oltre ad essere molto<br />
circoscritto in termini temporali.<br />
Sempre per restare ai dati del 2014, il 35% della forza lavoro dell’indotto aveva un contratto a<br />
termine (il 40% se si considera quella di origine locale) e più in generale la metà dei dipendenti (tra<br />
Eni e indotto) non era originario della Basilicata. Se aggiungiamo poi a questo che la maggioranza<br />
dell’occupazione locale dipende da imprese attive nei servizi a minor valor aggiunto della filiera<br />
(opere edili e servizi ambientali), il risultato sul piano occupazionale è presto dato. Ciò non vuol dire<br />
che non sia stato creato lavoro, ma siamo significatamene al di sotto dei livelli indicati e con pochi<br />
benefici per la forza lavoro locale più scolarizzata (l’Eni impiega solo 60 laureati in Basilicata, di cui<br />
30 di fuori regione). Tra l’altro chi lavor nell’indotto lo fa spesso in condizione di incertezza<br />
occupazionale, che solo un accordo sindacale-istituzionale del 2012 ha in parte ridotto con<br />
l’introduzione della clausola sociale nei cambi d’appalto, per merito soprattutto della locale Fiom<br />
locale e della Cgil.<br />
In questi anni le attese sul piano occupazionale sono state riportate molto sulla spesa attivata nei 35<br />
comuni dell’area programma beneficiaria delle royalties, ma anche in questo caso i risultati, se si fa<br />
eccezione per i comuni più prossimi al Centro Oli (Marsicovetere e Viggiano) sono scarsi, come<br />
conferma la riduzione costante di popolazione in tutta l’area (-5,6% tra il 2002 e il 2014), fatta<br />
eccezione per i due comuni prima citati. La stessa Fondazione Eni Enrico Mattei ha insistito, in<br />
questi anni, sull’occupazione indiretta, ma misurare il maggior dinamismo di un comune di 5 mila<br />
abitanti (Marsicovetere) o di 3 mila (Viggiano) nei servizi ricettivi e nel commercio appare quasi<br />
scontato nei periodi in cui avvengono lavori straordinari e l’afflusso di manodopera esterna è<br />
maggiore. Così in un’area caratterizzata dalla tradizionale bassa partecipazione al mercato del<br />
lavoro si può dire che in questi anni è cresciuta contemporaneamente sia l’occupazione che la<br />
disoccupazione.<br />
L’impianto della Total, dopo la perforazione di 6 degli 8 pozzi autorizzati, sta ad oggi impiegando<br />
(dato del febbraio 2016) meno di 2 mila unità, di cui 144 dipendenti diretti della compagnia (di cui<br />
solo 100 di origine locale) e poco più di 1.700 nelle aziende addette alla costruzione dell’impianto e<br />
delle infrastrutture di viabilità e di altra natura, di cui solo il 57% originario della Basilicata. Siamo,<br />
dunque, ben lontani dai 10 mila addetti dichiarati pochi giorni fa dal presidente del Consiglio.<br />
Ma una volta conclusa la costruzione dell’impianto cosa rimarrà in termini occupazionali oltre ai<br />
circa 144 o poco più dipendenti diretti della Total? La stessa compagnia ha riportato nel suo Local<br />
Report del 2013 che a regime l’occupazione dell’indotto dovrebbe risultare tra i 400 e i mille addetti,<br />
mentre l’occupazione diretta non dovrebbe superare di molto quella attuale. Anche l’occupazione<br />
indotta per gli adeguamenti del porto di Taranto e nella raffineria Eni risulta piuttosto modesta. Tra<br />
l’altro sembrerebbe che neppure tutto il petrolio estratto in Val d’Agri sia lavorato nella raffineria di<br />
Taranto, un dato tanto più in linea con la progressiva riduzione delle attività di raffinazione dell’Eni<br />
sul territorio nazionale.<br />
Come già in occasione di precedenti investimenti nel Mezzogiorno l’enfasi sulle opportunità<br />
occupazionali è servita spesso per giustificare investimenti fortemente impattanti sul piano<br />
ambientale (e sanitario). Quelli dell’Eni e della Total ne sono l’ennesima conferma: il lavoro<br />
effettivamente nuovo, ovvero creato facendo ricorso alla manodopera locale, è molto minore di<br />
quello dichiarato e del resto le tendenze demografiche della Val d’Agri come della Valle del Sauro<br />
confermano che queste opportunità sono limitate e spesso escludono proprio quanti sono in possesso<br />
di livelli di istruzione più elevati. Altro tema è l’occupazione che si sarebbe potuta generare<br />
indirettamente in Val d’Agri per effetto delle royalties e non solo. Ma su questo una responsabilità<br />
maggiore ricade sulle istituzioni locali più che sulle compagnie.<br />
* Università di Salerno<br />
© 2016 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE</div>
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		<title>Intifada e economia sociale e solidale in Tunisia di Sabina Breveglieri</title>
		<link>https://www.nexusemiliaromagna.org/intifada-e-economia-sociale-e-solidale-in-tunisia-di-sabina-breveglieri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nexus Emilia Romagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Jan 2016 10:34:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cibo per la mente]]></category>
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					<description><![CDATA[Dalla fine della settimana scorsa la Tunisia vive la sua Intifada. Definisco così le proteste dei giovani che scuotono il paese perchè vi sono alcuni elementi in comune. Innanzitutto le...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>Dalla fine della settimana scorsa la Tunisia vive la sua Intifada. Definisco così le proteste dei giovani che scuotono il paese perchè vi sono alcuni elementi in comune. Innanzitutto le pietre contro i blindati e i fucili che sparano lacrimogeni. Poi per i volti coperti dalle kefie. Poi perchè la protesta dei disoccupati tunisini è una lotta di Davide contro Golia come quella dei Palestinesi contro l&#8217;Occupazione israeliana.Nell&#8217;equazione tunisina i due «eroi» della storia sono la gioventù disoccupata che si batte per fare ascoltare la propria voce e le proprie richieste ed il nizam e cioè il«sistema». Ed è davvero una lotta impari. E&#8217; una lotta non solo trovare lavoro, ma recarsi in un ufficio pubblico ed ottenere risposte da parte di funzionari che fanno della corruzione (anche minima, anche ridicola) un codice di condotta. O che fanno dell&#8217;ostracismo o che sono imprigionati da un sistema burocratico che davvero oramai non trova nessuna giustificazione se non nella propria sopravvivenza. E&#8217; una lotta uscire dallo schema mentale del “posto fisso garantito dallo Stato” che è la migliore arma di ricatto del Sistema Stato tunisino che non solo non investe sui beni pubblici creando lavori di qualità e qualità della vita, e neppure rafforza la propria economia preferendo  ricorrere agli aiuti esterni che generano debito e minano l&#8217;autonomia produttiva del paese.<br />
Mentre le proteste che hanno condotto alla caduta di Ben Alì erano proteste di massa partecipate anche dalle organizzazioni della società civile e dal sindacato, le proteste attuali sono legate al malessere dei giovani e sono da loro organizzate e partecipate. Da nessun altro. Sono esplose inaspettate dalle istituzioni e dalla società civile organizzata. Anche il sindacato è stato presto alla sprovvista.<br />
La miccia dell&#8217;esplosione sono stati alcuni fatti: il suicidio di un giovane eliminato dalle graduatorie per l&#8217;impiego pubblico, la protesta di un altro giovane anch&#8217;esso vistosi cancellare dalle graduatorie del ministero dell&#8217;istruzione, tramutasi in auto-elettrocuzione a Kasserine ed il suicidio di un ambulante a Sfax. Ma questi fatti sono solo esempi estremi del malessere che conduce moltissimi giovani anche ad arruolarsi nelle file dell&#8217;ISIS (la Tunisia conta migliaia di foreign fighters) il quale offre lavoro e ottimi stipendi ed assicurazioni sulla vita per le famiglie.<br />
La giovane democrazia tunisina non si è occupata dei suoi mali. Si è invece occupata di depenalizzare i grandi corruttori legati al regime di Ben Ali in cambio di una banale restituzione del maltolto accresciuto da un 5% di interessi. Da notare che le banche quando concedono prestiti per le imprese chiedono il 20%. La giovane democrazia tunisina che per l&#8217;alto tasso di disoccupazione mette in campo lavori sociali simili ai lavori forzati (ad esempio in agricoltura delle borse lavoro prevedono la preparazione di colline frangivento per centinaia di metri) o estremamente dequalificati come pulizie o sistemazione di rotonde stradali. La giovane democrazie tunisina non ha ancora messo mano al decentramento dello stato, alla sburocratizzazione della vita, alla creazione di programmi di impiego seri.<br />
Nexus lavora in Tunisia assieme al sindacato per promuovere l&#8217;Economia Sociale e Solidale ed è da questo osservatorio che possiamo dire che in Tunisia la situazione sociale ed economica è immobile. I progetti di Nexus assistono gruppi di giovani e donne nella creazione di imprese solidali, ma gli ostacoli sono davvero insormontabili. Non esiste una legge che permetta di creare una cooperativa o che ne riconosca il contributo alla società e all&#8217;economia. Ancora non siamo stati in grado di ottenere un qualche aiuto pubblico: non la concessione di un terreno per creare un centro culturale a Sousse, non un locale per ospitare un&#8217;unità cooperativa di congelamento di frutti di mare a Kherkhenna, e neppure piccoli fondi di investimento sbandierati dal Ministero dell&#8217;Agricoltura, che non si capisce a chi e in base a cosa sono concessi.<br />
Personalmente non mi sono sorpresa delle proteste, perché probabilmente molti dei nostri beneficiari sono tra coloro che protestano. Purtroppo protestano da soli, perché nessuno li accompagna ed anzi già sono iniziate i giochi del “sono manipolati dalla sinistra”, del “sono organizzati dal jihadismo”. La protesta è purtroppo in questi giorni un vero sfogo di rabbia: il coprifuoco è stato decretato per contrastare i casseurs che da un paio di notti spaccano e saccheggiano negozi, supermercati e banche delle periferie. La giovane democrazia tunisina non si occupa del proprio futuro. Che sono i giovani. Come la cara vecchia Europa, culla della democrazia non si occupa del proprio futuro e dei suoi giovani. In questo una strana somiglianza tra nuove e mature democrazie rende preoccupante analizzare la salvaguardia degli interessi dei gruppi forti che, trasversalmente dal punto geografico, si fa a discapito degli esclusi e dei giovani. Le classi politiche stanno scommettendo sul cavallo sbagliato, l&#8217;ISIS attende nuove braccia. Non è matematico che un disoccupato tunisino si dia al jihaidismo, anzi forse l&#8217;antidoto è proprio l&#8217;Intifida, ma il programma di impiego del califfato paga meglio, riconosce più competenze e garantisce la sicurezza sociale che ne&#8217; la giovane democrazia tunisina ne&#8217; il suo sistema economico propongono a nessuno.</div>
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		<item>
		<title>La rivolta dei giovani palestinesi: quale ruolo per i partiti politici?</title>
		<link>https://www.nexusemiliaromagna.org/la-rivolta-dei-giovani-palestinesi-quale-ruolo-per-i-partiti-politici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nexus Emilia Romagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Nov 2015 10:37:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cibo per la mente]]></category>
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					<description><![CDATA[Parte 1: La rivolta dei giovani palestinesi &#8211; Quale ruolo per i partiti politici? 24 novembre 2015 &#8211; Maannews di Jamal Juma&#8217; Al-Shabaka è un&#8217;organizzazione indipendente no profit che ha...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>
<h6>Parte 1: La rivolta dei giovani palestinesi &#8211; Quale ruolo per i partiti politici?</h6>
<h6>24 novembre 2015 &#8211; Maannews<br />
di Jamal Juma&#8217;</h6>
<p>Al-Shabaka è un&#8217;organizzazione indipendente no profit che ha come obiettivo informare e stimolare il dibattito pubblico sui diritti umani e sull&#8217;autodeterminazione dei palestinesi nel contesto delle leggi internazionali.<br />
Questa è la prima parte di una pubblicazione divisa in otto segmenti sull&#8217;attuale assenza di un&#8217;autentica dirigenza nazionale palestinese e sulla rivolta dei giovani contro la prolungata occupazione militare da parte di Israele e la negazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati (TPO).<br />
Questa parte è stata scritta da Jamal Juma&#8217;, un membro fondatore dei Comitati di Soccorso Agricolo Palestinese, dell&#8217;Associazione Palestinese per gli Scambi Culturali e della Rete delle ONG Ambientaliste Palestinesi.</p>
<p>Per circa due mesi, i palestinesi hanno atteso che i partiti politici si facessero carico del loro ruolo di direzione e guida della rivolta. Evidentemente, costoro non sono in grado né vogliono farlo. Ci sono una serie di ragioni della loro inazione. Per un verso, i leader dei partiti sono riluttanti a pagare il prezzo di dirigere e strutturare la resistenza popolare, se questo prezzo è fatto pagare da Israele nella forma di arresti, persecuzioni e prendendo di mira le organizzazioni, soprattutto  in quanto i partiti agiscono alla luce del sole e le loro strutture organizzative sono deboli. E non vogliono neppure perdere i privilegi di cui godono in quanto membri dell&#8217;OLP, sia in termini di vantaggi economici che di status politico.<br />
Oltretutto i vari partiti non possono agire senza il consenso dell&#8217;apparato  di sicurezza dell&#8217;Autorità Nazionale Palestinese (ANP)  e di quello della sua fazione maggioritaria, Fatah: sono al momento troppo deboli per cambiare lo status quo. Il presidente Mahmoud Abbas, che detiene tutto il potere, crede che la rivolta abbia il compito di attirare l&#8217;attenzione sulla causa palestinese e di risvegliare la comunità internazionale, e sta scommettendo su nuove iniziative per riprendere i negoziati con Israele. Di conseguenza Abbas ha dichiarato in termini inequivocabili che non vuole una rivolta.<br />
A causa della debolezza della loro attuale composizione e delle loro  strutture organizzative, i partiti politici non possono fornire una cornice politica, organizzativa ed economica in grado di dirigere una rivolta di lungo termine che sia in grado di prosciugare le risorse e le energie dell&#8217;occupazione israeliana. Una ribellione vittoriosa richiederebbe una visione complessiva per raggiungere obiettivi chiari e perseguibili mobilitando opportunità e relazioni locali, regionali e internazionali.<br />
Riguardo alle forze islamiche, Hamas e Jihad Islamica, hanno preso anche loro la stessa posizione di inattività. Neanche loro vogliono pagare il prezzo e fornire a Israele un&#8217;opportunità di lanciare un&#8217;offensiva contro la Striscia di Gaza. Essi temono anche che la ribellione possa essere sfruttata per migliorare i termini dei negoziati per l&#8217;Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e l&#8217;ANP.<br />
Ci sono una serie di fattori a favore della creazione di uno spazio per una nuova dirigenza nazionale o locale. Anche se si dovesse placare, l&#8217;attuale rivolta ha sollevato la questione dell&#8217;idoneità dell&#8217;attuale leadership e ha legittimato la ricerca di alternative. Ha inoltre unito il popolo palestinese all&#8217;interno della Linea Verde [in  Israele. Ndtr.], in Cisgiordania, a Gerusalemme e a Gaza.</p>
<p>Un giovane palestinese lancia una pietra contro le forze israeliane il 20 dicembre del 2013 nel villaggiodi Kfar Qaddum nella Cisgiordania settentrionale (AFP/Jaafar Ashtiyeh, File)</p>
<p>Ironicamente, sono le forze politiche a rimanere divise. Pur se in modo limitato, anche i palestinesi della Diaspora si sono mossi e hanno aiutato ad organizzare manifestazioni. Le azioni sul terreno stanno gettando i semi di una dirigenza emergente che può essere coltivata, anche se è dispersa e circoscritta in ambito locale.<br />
Dal punto di vista negativo, tuttavia, è chiaro che l&#8217;ANP non permetterà che  emerga una nuova leadership e non risparmierà gli sforzi per contrastarla, anche se ciò dovesse richiedere il coordinamento con l&#8217;occupazione israeliana, con cui in ogni caso collabora. Oltretutto gli attuali movimenti di base sono deboli, in quanto gli intellettuali giocano uno scarso ruolo nella vita politica palestinese e sono incapaci di appoggiare le forze popolari. Come per la Diaspora palestinese, hanno una ridotta influenza nei processi decisionali.<br />
La sfida consiste nel costruire sui fattori positivi e minimizzare quelli negativi: da notare che per creare una dirigenza alternativa qualunque serio movimento dovrebbe lavorare in certa misura clandestinamente.<br />
Per cominciare, è importante crearsi uno spazio protetto dalla dominazione politica, nel quale sia possibile appoggiare quelle forze popolari che hanno una visione politica e una capacità di mobilitazione, come i sindacati, le organizzazioni degli agricoltori, le federazioni delle donne e naturalmente i gruppi giovanili, in modo che possano agire a fianco della rivolta.<br />
E&#8217; anche importante sfruttare il potenziale della Diaspora palestinese, soprattutto tra i giovani, e organizzare gruppi di lavoro che possano comunicare e coordinarsi con figure nazionali di rilievo che credano nel ruolo importante che la Diaspora deve giocare sia nel processo decisionale che nell&#8217;appoggio alla resistenza del popolo palestinese.<br />
Quindi è vitale investire nell&#8217;importante coordinamento tra la madre patria e la Diaspora. Dobbiamo ricostruire la fiducia tra noi e rinnovare la sicurezza in noi stessi e nella nostra capacità di provocare dei cambiamenti. In ultima analisi, dobbiamo avere una fede assoluta nel nostro popolo e nella sua capacità di sacrificio e di sviluppo [della lotta] e credere, al di là di ogni dubbio, che vinceremo.</p>
<p>Questo pezzo è parte della pubblicazione di una tavola rotonda di Al-Shabaka. La versione completa è stata originariamente pubblicata sul sito di Al-Shabaka il 23 novembre 2015.<br />
Le opinioni espresse in questo articolo appartengono agli autori e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia  Ma&#8217;an News.</p>
<p>(Traduzione di Amedeo Rossi)</p>
</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Nota sul 12° Congresso della Centrale Unica dei Lavoratori del Brasile (CUT)</title>
		<link>https://www.nexusemiliaromagna.org/nota-sul-12-congresso-della-centrale-unica-dei-lavoratori-del-brasile-cut/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nexus Emilia Romagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2015 09:42:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cibo per la mente]]></category>
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					<description><![CDATA[All&#8217;insegna dello slogan “Istruzione, lavoro, democrazia: i diritti non si riducono, si ampliano”, 2435 delegati (58% uomini, 42% donne) provenienti dai 27 stati che compongono la Repubblica Federale del Brasile,...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>All&#8217;insegna dello slogan “Istruzione, lavoro, democrazia: i diritti non si riducono, si<br />
ampliano”, 2435 delegati (58% uomini, 42% donne) provenienti dai 27 stati che<br />
compongono la Repubblica Federale del Brasile, in rappresentanza dei quasi 8<br />
milioni di affiliati, hanno dato vita dal 13 al 17 ottobre, presso il centro congressi<br />
Anhembi di San Paolo, al 12° Congresso della più grande centrale sindacale delle<br />
Americhe, la CUT del Brasile.</p>
<p>Il congresso si è realizzato in una particolare congiuntura politica, economica e<br />
sociale che rischia di minare il processo di democratizzazione del paese, di inclusione<br />
sociale e di ridistribuzione della ricchezza, avviato dal primo governo Lula nel 2002.<br />
La crescita economica si è fermata, la disoccupazione è passata in poco meno di un<br />
anno dal 4,6% all&#8217;8,5%, i tassi di interesse sono raddoppiati dal 7,25% al 14,25%,<br />
l&#8217;inflazione si è avvicinata alle due cifre, passando dal 6% al 9% in poco più di un<br />
semestre.<br />
Il secondo governo Dilma, insediatosi nel novembre scorso, non potendo contare su<br />
una autonoma maggioranza parlamentare (il PT, Partido dos Trabalhadores,<br />
rappresenta solamente il 12% dei seggi parlamentari), deve procedere con mediazioni<br />
e alleanze che, secondo la CUT, sviano e sviliscono il mandato dei 54 milioni di<br />
brasiliani che alle ultime elezioni hanno rinnovato la fiducia al progetto democratico<br />
e popolare del partito stesso. I progetti di politica economica tendono a ridurre i diritti<br />
del lavoro con la precarizzazione nel mercato del lavoro e con esternalizzazioni,<br />
privatizzazioni e tagli alla spesa sociale ed all&#8217;educazione.<br />
A questa crisi economica si somma l&#8217;attacco frontale dei poteri forti alla presidente<br />
Dilma, con l&#8217;obiettivo di destituirla e di bruciare il possibile ritorno di Lula alla guida<br />
del paese, ristabilendo il dominio storico dell&#8217;élite latifondista e finanziaria sul<br />
governo del paese. Va detto che in America Latina persiste la pesante eredità lasciata<br />
dall&#8217;esperienza coloniale. Nel caso del Brasile, il lascito della colonizzazione<br />
portoghese sulla proprietà della terra ha fatto sì che essa sia in gran parte rimasta<br />
nelle mani di una ristretta élite di famiglie discendenti dal sistema coloniale o ad esso<br />
direttamente collegate. Ciò ha dato vita, sin dalla formazione delle nuove repubbliche<br />
indipendenti, ad un sistema oligarchico latifondista che, nel corso dei secoli, ha<br />
consolidato, in modo esclusivo, un potere economico ed un controllo sociale<br />
superiore e esterno al sistema politico, condizionando, frenando, rallentando il<br />
processo di modernizzazione e di democratizzazione di queste società.<br />
La CUT nel documento in cui presenta il contesto politico attuale del Brasile scrive,<br />
tra l&#8217;altro: “La piena democrazia non è stata ancora raggiunta in modo effettivo. Se<br />
nel passato le elezioni erano esclusività dei soli uomini, bianchi e proprietari, oggi,<br />
grazie al finanziamento privato, i politici eletti continuano ad essere, maggiormente,<br />
maschi, bianchi ed imprenditori.”<br />
Un sistema di potere che che convive con il sistema democratico e che, quando si<br />
sente minacciato, produce le reazioni che hanno fatto la storia dell&#8217;America Latina;<br />
colpi di stato, assassinii di dirigenti ed attivisti, corruzione della giustizia, linciaggio<br />
mediatico. Ed è in questo contesto storico e politico che si colloca l&#8217;attacco del<br />
sistema dell&#8217;informazione contro la presidente Dilma e contro i dirigenti politici,<br />
sindacali, sociali che oggi rappresentano un pericolo, non più sopportabile, per il<br />
vecchio sistema di potere feudale che persiste in Brasile.<br />
Già nel corso del 2014, le forze reazionarie del paese hanno spinto e cavalcato le<br />
proteste popolari di piazza, fino a mettere in discussione la possibilità di realizzare il<br />
campionato mondiale di calcio, per mancanza di sicurezza nel paese, con l&#8217;obiettivo<br />
di demolire l&#8217;immagine del governo Dilma e vincere le elezioni. Ma nonostante la<br />
grande campagna mediatica avversa e l&#8217;effetto negativo di ripetuti scandali e di<br />
episodi di corruzione, Dilma ha vinto il secondo turno. Per le forze conservatrici,<br />
allora, è iniziato “il terzo turno”, ossia, l&#8217;attacco con ogni mezzo disponibile per non<br />
permettere a Dilma di governare, tanto da arrivare alla richiesta di “impeachment” e<br />
di destituzione.<br />
E&#8217; in questo contesto e con questo scenario che si è realizzato il 12° congresso della<br />
CUT, con un atto di apertura tutto politico, dove alla presenza di Lula e dell&#8217;uruguayo<br />
Pepe Mujica, Dilma Rousseff ha detto apertamente, per la prima volta in pubblico,<br />
che il paese sta vivendo una forte crisi democratica con un vero e proprio tentativo di<br />
golpe delle opposizioni politiche per via giudiziaria. Dilma ha ribadito che non si<br />
lascerà intimidire e giudicare da chi “parla di morale ma la morale non ce l&#8217;ha” e ha<br />
difeso la propria storia, il proprio passato di militante contro la dittatura militare, la<br />
propria onestà e onorabilità. All&#8217;appassionato discorso di Dilma, che ha anche in parte<br />
riconosciuto la fondatezza di alcune critiche del sindacato, hanno fatto seguito<br />
l&#8217;intervento del presidente della CUT Vagner Freitas e quindi l&#8217;atteso discorso dell&#8217;ex<br />
leader sindacale e presidente del Brasile Lula.<br />
Se da un lato Vagner ha ribadito il pieno sostengo della CUT alla democrazia contro<br />
il tentativo di golpe in atto, dall&#8217;altro lato egli ha però sottolineato la contrapposizione<br />
alla politica economica del governo, di chiaro stampo liberale e contro i diritti<br />
conquistati negli ultimi dodici anni. Una politica che la CUT ha chiesto di cambiare,<br />
minacciando in caso contrario il ritorno del sindacato nelle piazze a protestare ed a<br />
scioperare.<br />
Stessi toni nelle parole di Lula, che ha definito la giornata come un momento storico<br />
per il discorso di Dilma, la presidente sempre accusata di essere tecnica e poco<br />
politica. Lula ha apprezzato la volontà di Dilma di dare a se stessa una nuova<br />
immagine di leader politico, facendo leva sull&#8217;orgoglio e sull&#8217;appartenenza al popolo<br />
petista (il termine con cui si definiscono i militanti del Partido dos Trabalhadores), al<br />
movimento operaio, alle lotte per la democrazia, all&#8217;inclusione economica e sociale di<br />
40 milioni di esclusi. Lula ha spesso fatto riferimento alla storia di Dilma come<br />
donna, incarcerata e torturata da quei militari e da quei poteri che oggi non le<br />
permettono di governare e che pretendono di farla cadere, a ogni costo.<br />
Ma Lula, fatta la difesa politica di Dilma, ha parlato chiaro dicendo che l&#8217;operato del<br />
governo sta facendo gli interessi di chi ha perso le elezioni. Per l&#8217;ex presidente,<br />
invece, si deve riprendere a difendere gli interessi del paese, tassare le ricchezze,<br />
investire nella produzione per il consumo interno e nell&#8217;istruzione, sostenere il credito<br />
per le piccole e medie imprese. Non è un caso che i due nomi più sentiti nei cori<br />
dell&#8217;assemblea sono stati quello del presidente del Parlamento Cunah, il regista della<br />
manovra di impeachment, e quello del ministro dell&#8217;Economia, Levy, accusato di<br />
sostenere una politica economica di chiaro stampo neo-liberale. Per entrambi il grido<br />
era “fora Cunah1, fora Levy2”, cioè a casa, dimettetevi.<br />
La platea congressuale aspettava questo momento, questa catarsi collettiva in cui i<br />
leader e la base popolare si rinnovano reciprocamente la fiducia, ognuno dalle proprie<br />
posizioni, in rappresentanza di interessi e funzioni differenti ma complementari,<br />
rivendicando la propria indipendenza ed autonomia. Il risultato è il ribadire una<br />
alleanza che può avere momenti di contraddizioni e di conflitto, ma che è vissuta<br />
come indispensabile per la difesa della democrazia, condizione che, se persa, rende<br />
non più accessibili tutti gli altri diritti conquistati.<br />
Il Congresso ha quindi ripreso il suo corso affrontando importanti decisioni come la<br />
modifica statutaria che porta alla parità di genere in ogni candidatura ed elezione di<br />
tutta l&#8217;organizzazione sindacale. Così che sia la nuova Direzione nazionale composta<br />
da 98 membri più i componenti dell&#8217;Esecutivo, e quest&#8217;ultimo composto da 44<br />
membri, hanno la parità di genere. Ogni struttura territoriale (stato) e verticale<br />
(Federazione), ha diritto a due posti nella Direzione Nazionale, con parità di genere.<br />
La durata delle cariche passa da tre a quattro anni, con il limite dei due mandati.<br />
Sul versante della piattaforma sindacale, fatto salvo l&#8217;impegno e la vigilanza per la<br />
difesa della democrazia e del voto popolare, di cui abbiamo ampiamente dato conto,<br />
l&#8217;azione della CUT sarà principalmente rivolta:<br />
 alla difesa dell&#8217;occupazione e del lavoro dignitoso, contrastando con tutte le<br />
forze il progetto di “terceirizaçao” del mercato del lavoro, che significherebbe<br />
frammentazione del lavoro, precarietà, annullamento dei contratti collettivi,<br />
intermediazione, discriminazioni salariali, aumento dell&#8217;orario di lavoro;<br />
 a rilanciare l&#8217;occupazione ed il consumo attraverso l&#8217;abbassamento del costo<br />
del denaro per favorire investimenti e credito per le PMI, dove maggiormente<br />
si genera nuova occupazione nel paese;<br />
 al contrasto al piano di tagli al sistema sociale, come la forte riduzione (- 30%)<br />
del finanziamento al programma di edilizia popolare il blocco dei salari nel<br />
pubblico impiego;<br />
 al piano di riforme strutturali del paese come la riforma del sistema fiscale, del<br />
sistema giudiziario, del sistema dei mezzi di comunicazione, della riforma<br />
agraria;<br />
 al sostegno del progetto di Assemblea Costituente popolare per riformare il<br />
sistema istituzionale e politico in forma democratica per consentire il governo<br />
del paese ed eliminare il sistema di corruzione istituzionale.<br />
Un&#8217;agenda molto intensa ed ambiziosa che da subito dovrà misurarsi con il contesto e<br />
lo scenario politico del paese. C&#8217;è da augurarsi che questo rimanga nel solco del<br />
necessario processo democratico e di modernizzazione dello stato brasiliano.<br />
di Fausto Durante e Sergio Bassoli, Dipartimento Politiche Globali CGIL (20/10/2015)</p>
<p>1 È notizia di questi giorni che Cunah è accusato di aver evaso il fisco brasiliano e di aver esportato ingenti somme di<br />
denaro in conti bancari in Svizzera e negli USA, accuse che se confermate, lo porteranno ad un severo giudizio politico<br />
e penale.<br />
2 Due giorni dopo il discorso di Lula al Congresso della CUT, il Ministro Levy ha minacciato di dare le dimissioni</p>
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		<title>I rischi e le complessità della vicenda greca (CGIL 16 luglio 2015)</title>
		<link>https://www.nexusemiliaromagna.org/i-rischi-e-le-complessita-della-vicenda-greca-cgil-16-luglio-2015/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nexus Emilia Romagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jul 2015 09:44:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cibo per la mente]]></category>
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					<description><![CDATA[Le ultime vicende relative alla questione greca – dalla proposta del cosiddetto Eurogruppo del 25 giugno, all’esito del referendum greco del 5 luglio, la ripresa e la conclusione della trattativa,...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le ultime vicende relative alla questione greca – dalla proposta del cosiddetto Eurogruppo del 25 giugno, all’esito del referendum greco del 5 luglio, la ripresa e la conclusione della trattativa, fino al voto favorevole del Parlamento – obbligano ad una valutazione complessa e necessariamente articolata.</p>
<p>Se è ormai diffusa la consapevolezza che gli ultimi eventi investono l’insieme della situazione europea, di certo, occorre procedere con grande rispetto nel formulare un giudizio sulla vicenda,<br />
vista la condizione di un popolo che si trova da anni in grande difficoltà economica e sociale, progressivamente impoverito e continuamente spinto dal l’intransigenza della linea<br />
europea dell’austerità in uno scenario sempre più emergenziale, con banche chiuse da settimane,<br />
sul ciglio del fallimento, ma che al momento cruciale ha risposto con un atto democratico di<br />
riscatto e dignità.<br />
Le informazioni sull’emergenza ellenica sono sempre state filtrate e veicolate contro le scelte del Governo greco. Come affermano anche importanti personalità del mondo scientifico, niente può giustificare la pervasiva retorica del fallimento, in realtà funzionale solo a sostenere<br />
l’impossibilità di un’alternativa alle attuali politiche di austerità.<br />
Alternative che invece esistono, ma che purtroppo non sono sufficientemente sostenute dai partiti socialdemocratici in Europa.<br />
Il giudizio sulla vicenda greca, quindi, va formulato tenendo conto di tre ordini di questioni:<br />
misure di breve periodo; misure strutturali e di medio lungo periodo; effetto politico della vicenda sul futuro dell’Europa.</p>
<p>Misure di breve periodo<br />
Il confronto degli ultimi mesi aveva già il merito di aver permesso di riaprire la trattativa sull’entità degli avanzi primari (il programma pluriennale di consolidamento di bilancio imposto dopo le due precedenti tranche di aiuti prevedeva tagli alla spesa pubblica da 30 miliardi di euro in 3 anni e il rientro del deficit pubblico al 3% con una riduzione di 11 punti in quattro anni), che sono il vero cuneo delle politiche di rigore finanziario e di disastro sociale.<br />
Al termine di un lungo e complesso negoziato, che ha riguardato tanto l&#8217;Euro gruppo quanto l&#8217;insieme del capi di Stato e di governo dell&#8217;UE, l’accordo appena raggiunto fra il Governo greco e le istituzioni europee ridefinisce la gestione del debito sovrano e la programmazione finanziaria dell&#8217;economia ellenica. Alcune misure su cui è stata richiesta immediata approvazione non sono molto diverse da quelle contenute nel testo respinto dal referendum popolare del 5 luglio. In particolare:−aumento articolato dell’IVA−aumento dell’età pensionabile anche nel pubblico impiego (portandola nel 2022 a 67 anni o a 62 anni con 40 anni di contributi).<br />
Sono, però, ulteriormente aumentati rispetto al piano proposto dall’Euro gruppo il 25 giugno gli elementi di equità fiscale nella politica delle entrate:−una maggiore tassazione patrimoniale sui beni di lusso −un maggiore aumento del prelievo sia sui redditi personali più alti, sia sugli alti profitti delle imprese Sono stati poi assunti impegni a breve per:−la liberalizzazione delle professioni (es. avvocati, farmacie, ecc.)−la velocizzazione della giustizia civile−l’implementazione anticipata della riforma bancaria europea, per la quale dinnanzi a fallimenti degli istituti di credito non ci può essere intervento pubblico di salvataggio senza pari intervento degli azionisti e la copertura assicurativa dei correntisti ha un tetto di 100mila euro−autonomia dell’Istituto di statistica.</p>
<p>Misure strutturali e di lungo periodo.<br />
Significative novità, invece, sono presenti nel piano di riforme e di misure di carattere strutturale, soprattutto se confrontate con l’accordo bocciato dal referendum:.<br />
a. Prestiti per circa 83 miliardi di euro, anziché 18, per consentire alla Grecia di non essere più esposta a rischi di crollo della liquidità e di default per almeno tre anni.<br />
b. Prestito “ponte” immediato di 7 miliardi per arrivare al suddetto prestito, utilizzando i residui del Fondo salva-stati Esm.<br />
c. Risorse per 7 miliardi di euro per investimenti, direttamente dal Bilancio europeo e senza necessità di co-finanziamento (recuperate dalle giacenze 2007-2013), oltre alla possibilità di ulteriori anticipi, dai35 miliardi di euro, disponibili nei nuovi Fondi strutturali previsti, per la Grecia, per la programmazione 2014-2020.<br />
d. Novità assai rilevante, legata all’approvazione parlamentare dei primi provvedimenti, è la ristrutturazione del debito pubblico greco (presumibilmente tra i 60 e gli 80 miliardi di euro sul totale dei 320 miliardi di debito complessivo), senza taglio nominale (il cosiddetto haircut), ma allungando le scadenze (oggi a 16 anni) e riducendo gli interessi (oggi al 2,7% annuo).<br />
È ormai ufficiale che il FMI minaccia di non partecipare a questo piano di aiuti, in quanto valuta non ancora adeguata ed efficace la ristrutturazione prevista, e ne propone una versione in cui il debito greco dovrebbe essere o tagliato per 100 miliardi di euro, o ristrutturato con un allungamento delle vigenze a 30 anni, senza interessi. Tuttavia, su questi aspetti positivi, che rompono anche il tabù sulle possibilità di redenzione del debito, pesa il fondo di garanzia che pretendono i creditori, da costituirsi attraverso una politica di privatizzazioni per un massimo di 50 miliardi di euro (ma senza fissare un minimo), da ripartire come segue: 50%per ricapitalizzare le banche greche; 25% per ulteriori nuovi investimenti; 25% a riduzione del debito pubblico.</p>
<p>Conseguenze politiche.<br />
Il bilancio più critico è sicuramente quello delle conseguenze politiche e delle prospettive dell’Unione europea.<br />
Al di là del risultato referendario e di quello parlamentare, l’esito della trattativa ha salvato, per ora, l’integrità dell’Euro zona e dell’UE, ma ne ha anche ufficializzato la crisi politica. Ci sono volute le pressioni del Governo americano, del Governo cinese e del FMI per far accettare al Governo tedesco la ristrutturazione del debito greco. La reazione del Governo tedesco, però, è stata addirittura quella di formalizzare una proposta di uscita della Grecia dall’Euro. Ciò rappresenta un punto di non ritorno, perché sostituisce all’idea storica dell’Europa (definita dalla sua storia e dalla sua geografia) un’idea dell’Europa degli interessi. In altre parole: “chi può, chi vogliamo noi, chi ha interesse a starci!”. Il senso comune che tale vicenda ha diffuso è di una governance europea che non riesce a cambiare politica neanche di fronte agli evidenti errori ed insuccessi, segnata dalla prepotenza dei governi dei Paesi del centro-nord dell’Area euro, sempre meno accettabile e accettata, che hanno persino tentato (per fortuna senza successo) di determinare un cambio del Governo greco. In generale, perciò, la vicenda greca ha prodotto un’accelerazione delle contraddizioni di fondo della stessa costruzione europea. Dunque, è ormai impellente una svolta della politica economica, sulla cui base si realizzi una maggiore integrazione politica, prospettiva per la quale la CGIL deve battersi, che chiama in causa fino in fondo la responsabilità storica del Governo italiano nel porre con forza tale esigenza. La CGIL conferma e rilancia la proposta di convocare una Conferenza europea sul debito, con l&#8217;obiettivo di una sua generale ristrutturazione e con la concomitante emissione di euro bond per finanziare un piano straordinario di investimenti per lo sviluppo, la crescita sostenibile e la creazione di occupazione. L&#8217;abbandono delle politiche di austerità, sin qui seguite dalla Commissione europea e dagli Stati nazionali, è il presupposto affinché casi come quello della Grecia non si ripetano e si possa imprimere all&#8217;insieme dell&#8217;Europa una direzione caratterizzata da ripresa economica, giustizia sociale, partecipazione democratica.<br />
Qualora ciò non dovesse avvenire rapidamente, appare inevitabile che le spinte disgregatrici dell’attuale Unione europea siano destinate ad aumentare vertiginosamente.</p>
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		<title>Processo al Piano Condor: iniziate le testimonianze si riaprono le ferite e ritorna forte e chiara la richiesta di verità e giustizia per i desaparecidos 14/04/2015</title>
		<link>https://www.nexusemiliaromagna.org/processo-al-piano-condor-iniziate-le-testimonianze-si-riaprono-le-ferite-e-ritorna-forte-e-chiara-la-richiesta-di-verita-e-giustizia-per-i-desaparecidos-14-04-2015/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nexus Emilia Romagna]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Apr 2015 09:48:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cibo per la mente]]></category>
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					<description><![CDATA[Articolo di Sergio Bassoli sulla prima udienza dei testi (caso Bernardo Arnone &#8211; Uruguay e caso Omar Venturelli &#8211; Cile) del Processo Condor &#8211; processo alle dittature militari degli anni...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>Articolo di Sergio Bassoli sulla prima udienza dei testi (caso Bernardo Arnone &#8211; Uruguay e caso Omar Venturelli &#8211; Cile) del Processo Condor &#8211; processo alle dittature militari degli anni 70/80 in America del Sud.</p>
<p>I racconti dei familiari riaprono ferite e traumi rimasti per anni nel fondo della memoria, schiacciati e nascosti dalla nuova vita faticosamente costruita in esilio, dalle nuove relazioni, dal quotidiano che ti inchioda a sbarcare il lunario, dalla scomparsa dei compagni e delle compagne di un tempo. Madri, nonni, parenti che hanno visto e che hanno raccontato ciò che accadde quasi quarant&#8217;anni fa, lasciando indizi, documenti, testimonianze, nomi, lettere, tracce del proprio caro, scomparso, diventato l&#8217;ennesimo caso di desaparesido, consegnando a chi resta il dovere di ripetere la domanda che vale una vita: dov&#8217;è la persona cara scomparsa, dove sono i suoi resti. Desaparesido da allora ad oggi, senza risposta.</p>
<p>Nell&#8217;aula del Tribunale di Rebibbia, sfilano i testi del “Processo Condor”, la bobina del tempo si riavvolge, la ferita si riapre, il racconto è interrotto dall&#8217;emozione, le parole portano la mente oltre oceano, terre lasciate in fretta e furia, per sfuggire all&#8217;arresto, pensando di rivedere, presto, chi era già preso o chi tardava ad uscire. I luoghi sono Buenos Aires, Montevideo, Temuco, Santiago del Cile, Asunciòn, i rumori sono quelli delle celle fredde ed umide degli scantinati, le voci sono le urla delle vittime della tortura e dei loro aguzzini. Rebibbia è lontana, nel tempo e nello spazio.</p>
<p>Le prime testimonianze sono di Cristina e di Maria Paz, la prima moglie di Bernardo Arnone giovane militante uruguayano, e la seconda, figlia di Omar Venturelli, ex-sacerdote e militante cileno.</p>
<p>Bernardo e Cristina, poco più che ventenni sono attivi nel movimento studentesco di Montevideo, entrambe si rifugiano in Argentina, a Buenos Aires per sfuggire alla repressione dei militari in Uruguay e continuare la lotta politica dal paese vicino. Bernardo scompare il 1 ottobre 1976, in una retata preparata e coordinata dai servizi dei due paesi, per decapitare l&#8217;organizzazione del gruppo politico uruguaiano in cui militava (“Partido por la Victoria del Pueblo”). Cristina, che all&#8217;epoca dei fatti, condivideva la militanza politica con Bernardo, riuscì a fuggire, via nave, rifugiandosi prima in Svezia e quindi, in Italia, dove tutt&#8217;ora vive.</p>
<p>Omar Venturelli, era un sacerdote cileno, proveniente da una delle famiglie italiane che tra il 1903 ed il 1905, partirono dall&#8217;appennino modenese, per cercar fortuna nelle Americhe, approdando in Cile con un contratto di colonizzazione dei territori vergini nel sud del Cile, ancora popolati dai Mapuche. Dopo vaer terminato il seminario a Santiago, rientra nella sua regione, e per il suo  impegno a favore delle lotte sociali dei Mapuche contro i latifondisti, fu sospeso a divinis dalla chiesa cilena. Omar, si mise ad insegnare filosofia all&#8217;Università Cattolica di Temuco, continuando il suo impegno e la sua militanza politica nel movimento “cristiani per il socialismo” e nel MIR (Movimiento de Izquierda Revolucionaria). Subito dopo il colpo di stato del&#8217;11 settembre 10973, il suo nome fu tra quelli che avrebbero dovuto subito presentarsi in commissariato. Fu il padre a convincerlo ad andare in caserma, sicuro che si sarebbe trattato di una semplice formalità. Da quel momento, passò da una caserma all&#8217;altra, subendo torture varie, per poi essere trasferito, la sera del 3 ottobre 1973 alla base dell&#8217;aeronautica di Maquehue (Temuco), dove, a seguito delle torture, secondo testimonianze di chi fu al suo fianco, morì il 4 ottobre del 1973.</p>
<p>Maria Paz, allora di appena due anni, è riuscita a ricostruire quanto è accaduto a suo padre,  attraverso i racconti della madre (Fresia, insegnante, attivista e militante politica come il marito, rifugiatasi nell&#8217;Ambasciata italiana di Santiago del Cile ed esule in Italia, deceduta), del nonno, della zia e di amici e conoscenti del padre, mostrando l&#8217;ultimo messaggio del padre, una lettera indirizzata a lei, piena di raccomandazioni e con l&#8217;impegno di rivedersi, forse&#8230;chissà.</p>
<p>In queste prime storie, vere, crude, toccanti, è apparso chiaro il piano repressivo e violento dei golpisti e delle dittature militari, che decisero di farla finita con l&#8217;opposizione politica, superando di gran lunga l&#8217;immaginazione di quelle generazioni di giovani che si ribellarono ai colpi di stato ed alla perdita delle libertà, delle loro famiglie ed in generale dell&#8217;insieme delle società latinoamericane che non avevano idea di che cosa stesse bollendo in pentola: l&#8217;eliminazione fisica. L&#8217;azione è stata mirata, programmata, pianificata in tutti i suoi dettagli ed aspetti organizzativi, logistici e materiali, grazie all&#8217;ampia copertura degli apparati statali e con l&#8217;attenta regia e supervisione del Dipartimento di stato degli Stati Uniti d&#8217;America.</p>
<p>Era la messa in pratica della lotta al pericolo comunista, alla nazionalizzazione delle imprese estrattive, alle riforme agrarie, all&#8217;esperienza cubana. Era la difesa degli interessi geo-politici ed economici degli USA,  su quello che veniva considerato “il giardino di casa”. Il Piano Condor non fu null&#8217;altro che la regionalizzazione della strategia repressiva e di ripristino dell&#8217;ordine secondo il volere del Dipartimento di Stato americano, trasmesso ed accettato dai militari eversivi in Cile, Uruguay, Argentina, Paraguay, Bolivia e Brasile.</p>
<p>Le testimonianze ascoltate confermano che quelle società non erano preparate a tanta crudeltà e violenza. Che le stesse famiglie, padri e madri dei giovani sequestrati, hanno tardato anni per rendersi conto di quanto stesse succedendo e cosa era accaduto ai propri cari. Nessuno poteva immaginare che vi fossero i centri di detenzione clandestina, centri di tortura, i voli della morte, le fosse comuni, i neonati sequestrati e scomparsi sotto nuove identità. Nessuno poteva credere che le istituzioni, la chiesa (non tutta, ma la chiesa, quella ufficiale, delle alte gerarchie, ha preso la parte dei golpisti o ha taciuto), le forze di polizia, l&#8217;esercito, l&#8217;aeronautica, la marina, tutti quanti potessero nascondere la verità, mentire alle domande della famiglia amica, del parente, del conoscente. Un sistema pianificato che ha generato terrore e paura nella società, ricattando e minacciando, con noi o contro di noi, e se sei contro sai che fine farai tu e i tuoi cari.</p>
<p>Le sofferenze e le vittime hanno nomi e cognomi, il lutto e la domanda di giustizia è dei familiari ma è anche una domanda ed un&#8217;esigenza della società intera, di quei paesi, di quelle comunità, è di noi tutti, perché il crimine di cui stiamo parlando è contro l&#8217;umanità intera: é la soppressione della vita per eliminare idee politiche, libertà d&#8217;espressione, diritto di associarsi, diritto di dimostrare la propria idea.</p>
<p>Singoli casi che spalancano la finestra sulla società di allora e su quella di oggi. Quella che ha taciuto per paura o perché incosciente, quella di oggi che fatica a fermarsi, a riflettere per fare i conti con il passato, come sono i casi di  Uruguay e Cile, dove nonostante la presenza di governi democratici e progressisti, e Presidenti che hanno vissuto sulla loro pelle questi drammi, ancora non si è aperta la stagione della verità e della giustizia.</p>
<p>Per questo, il processo apertosi a Rebibbia, per i casi dei desaparesidos di origine italiana è senza alcun dubbio una grande opportunità per avvicinare il momento della verità e della giustizia, per risvegliare questa necessità nella coscienza collettiva delle società di quei paesi. Ripartendo dalla ricerca di giustizia per le 22 vittime del processo italiano, la speranza è che si possa arrivare alla verità ed alla giustizia per tutti i desaparecidos.</p>
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